Ugo-Tozzi

Ugo Tozzi. Classe 1972.

Il mio, è l’anno del processo per la strage di piazza Fontana, delle contestazioni studentesche, della  lotta politica che ha tinto di nero numerose pagine di cronaca italiana. In quell’annata, eppure, un  giovane subacqueo romano, Stefano Mariottini, trovava casualmente due statue in bronzo del V secolo: i  Bronzi di Riace. Contemporaneamente  al cinema debuttava  “Il padrino” di Francis Ford Coppola, Bill Gates e Paul Allen fondavano la Microsoft mentre  gli Italiani dicevano addio  alla Fiat 500, rimpiazzata dalla 126.

Nascevo, dunque, in un clima di grandi trasformazioni e fermento geopolitico, economico e sociale. 

Ero solo un bambino tra i banchi della Edmondo De Amicis, storica elementare,quando il 18 luglio del 1978 Sandro Pertini venne eletto Presidente della Repubblica. Ateo stimato dai cattolici, progressista ben voluto dai conservatori, ancora oggi considerato il presidente più amato dagli Italiani. Qualunque cosa diceva, secondo Indro Montanelli, odorava di pulizia, di lealtà. Quell’uomo dall’inseparabile basco e senza macchia di equivoci  ha segnato inevitabilmente la mia formazione, spianandomi la strada verso un impegno  civico attivo ancorchè politico. 

Sono cresciuto nel solco dell’onestà, del rispetto, del sacrificio, valori che ho tradotto nella vita e sul campo da gioco. Fino a 18 anni ho giocato a pallacanestro, anche se mio padre, Renato, immaginava per me una carriera da cardiologo.

Ho scelto di seguire le sue orme.

Così nel ’98 la Federico II mi conferiva la laurea in Medicina; 4 anni dopo  ero specializzato in Anestesia e Rianimazione.

All’apice della carriera professionale è iniziata la mia ascesa in politica. Son passato dall’essere consigliere a Presidente della IV commissione consiliare con delega alla sanità, dopo una lunga militanza nell’alveo del centro destra.

Cionondimeno, ho la chiara consapevolezza di aver fatto ancora troppo poco.

Alle mie figlie ripeto sempre che solo la determinazione, la forza di volontà e lo studio potranno renderle capaci di autodeterminarsi, meglio ancora nella loro Terra. Nulla ci è dovuto, le cose bisogna meritarsele, sudarsele. Spero di guadagnarmi il rispetto e la stima della mia gente con fatti concreti.

A mia moglie, Emiliana, che spesso  mi chiede cosa mi fa alzare la mattina con questo spirito,  rispondo che non potrei nè saprei fare altrimenti. Nutro un amore profondo per la mia città e i miei cittadini, mi sento dalla loro parte e difenderò strenuamente il diritto a veder rappresentate le loro idee.  D’altronde “Una città è molto più di una grigia scacchiera di cemento. E’ un’IDEA”.